Stanotte, nel riprendere, dopo un anno e mezzo, a navigare sulla nave degli stolti, fatemi parlare di utopia, ne ho bisogno e non è un caso. Non è molto popolare di questi tempi trattare di antiautoritarismo. Non lo è per il fatto che tutto depone invece a favore di un'involuzione dei rapporti umani, a tutti i livelli, in chiave autoritaria. E' bene qui sgomberare il campo anche dal falso moralismo buonista, che vive e prolifica attraverso l'uso dissennato del mezzo televisivo, facendo propria l'estetica spettacolare dell'ipocrisia, che si veicola soprattutto all'interno e attraverso i reality show, ma non solo. Dare l'illusione che esista una sorta di democrazia orizzontale, in quegli ambiti, dove ogni teleutente è trasformato in giudice di vita quotidiana, è una delle più geniali mosse del nuovo autoritarismo mediatico, che fa passare l'idea che tutta la materia catodica si estenda ben oltre la fiction, per invadere il mondo del reale. E questo ribadisce appunto la necessità del potere di controllare le coscienze non solo in senso autoritario, ma totalitario, facendole vivere in un'eterna illusione di partecipazione molle, addomesticata e passiva.
Detto questo, sulla nostra nave si continua a disquisire di utopia, è bene farlo proprio nonostante i tempi che viviamo. Riappropriarsi di un'etica libertaria è divenuto quantomai urgente. Uscire anche dalla rassegnazione per cui lo stato attuale delle cose è immodificabile. Questo vuol dire soprattutto immettere nella realtà dosi di controtendenza, non solo a livello sociale e politico, ma anche a livello del proprio vissuto di singoli e di individui, pienamente consapevoli di essere isole irripetibili nel grande mare dell'esistenza. Non è facile l'agire libertario, presume piena consapevolezza dei propri limiti e delle proprie contraddizioni. Lungi da me ovviamente la costruzione di paradigmi comportamentali, ma solo l'indicazione di quella strada che in qualche modo dovrebbe appartenermi per liberare innanzitutto me stesso.
Quello a cui penso è una libera relazione dei rapporti umani che preluda alla dissoluzione della democrazia in direzione libertaria, in controtendenza alla sua dissoluzione autoritaria e totalitaria. Mi rendo conto che può ben sorprendere che io parli di dissoluzione della democrazia, quando la sua difesa viene di continuo richiamata come necessaria. E' vero, certo, che la prima emergenza è quella di contrastare in tutti i modo la deriva autoritaria in tutte le sue forme. Ma è vero anche che se siamo a questo punto è proprio perché la democrazia ha raggiunto il livello massimo di astrattezza nella sua crisi attuale.
Non è un caso che talune dinamiche partecipative mostrino chiaramente tutti i limiti e tutta la loro debolezza. E' necessario cominciare a chiedersi perché.
Il sistema democratico tradizionale è arrivato al capolinea e l'unico modo per contrastare l'autoritarismo è quello di iniziare un processo (anche se lungo e difficoltoso) che ne contrasti in tutti i modi il cammino e questo può avvenire solo invertendo il buon senso democratico, in crisi profonda dal punto di vista ideale. La rappresentanza è il punto più debole di tutto ciò, rappresentanza che è divenuto elitismo e che non riesce più a mettersi in discussione, se non in ambiti limitati. Il senso di estraniamento e di rifiuto della politica che ne deriva da parte del civis, è la conseguenza più logica. Mettersi in cammino vuol dire sciogliere nodi grossi e pratiche consolidate, anche a livello minimo, a livello psico-socio-culturale. A livello, appunto, pure dei comportamenti e delle relazioni personali, avvelenate dalla mistica del capo e dalle dinamiche di potere verticale.
E' necessaria una nuova rivoluzione, che riporti in auge la richiesta e la necessità di comportamenti forti a livello partecipativo, sgombrando il campo dalle vecchie consolidate e dannose abitudini del privato e del politico.
Abbiamo bisogno non solo di una nuova politica, ma anche di una nuova etica, che sappia valorizzare l'esistenza di ogni singolo individuo senza nessuna esclusione. E questo dobbiamo e possiamo cominciare a farlo anche da soli, nella consapevolezza che il reale non ci basta più e vogliamo continuare a sognare e a vivere, rifiutando nel concreto un'esistenza da automi.